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dine a fantasticar sul frutto che l’opera sua avrebbe certamente recato, sicuro che tutti gli altri avevano fatto come lui? Egli non pensava: sentiva soltanto: fiamma accesa, che si beava nel suo lume e nel suo calore, e tutto avvivava intorno a sè di questo lume.

E, certo, come ora qua non avvertiva la tempesta di fango in mezzo alla quale passava raggiante di gioja e d’entusiasmo, da trent’anni in Sicilia non aveva mai avvertito gli orrori delle tante ingiustizie, la desolazione dell’abbandono, il crollo de le illusioni, il grido e le minacce della miseria.

Impensierito, costernato dalle notizie di giorno in giorno più gravi che gli arrivavano di laggiù, Lando avrebbe voluto qualche ragguaglio da lui, almeno intorno alla provincia di Girgenti; ma non glien’aveva neppur fatto cenno, sicuro che gli avrebbe oscurato d’un tratto tutta la festa col fargli sapere ch’egli, il nipote del Generale, era per quelli che lui in buona fede doveva stimar nemici della patria, e dunque un nemico della patria anch’egli.

Gli aveva domandato invece notizie del padre.

— Giù, dovete venire giù con me! — gli aveva risposto Mauro recisamente. — Voi siete il ladro; io, il carabiniere. E ringraziate Dio che ha mandato me! Poteva mandarvi un plotone di quei suoi terribili pagliacci, con Sciaralla il capitano.

Lando aveva schiuso le labbra a un sorriso afflitto. E allora Mauro, picchiandosi la fronte con una mano:

— Testa! Che volete farci? Me li manda anche lì, a Valsanìa, vestiti a quel modo, nella casa di suo Padre! Il cuore mi si volta in petto e vedo rosso, vi giuro, certe volte! Basta, che dicevamo? Ah.... anche questa vi pare che sia da meno? andare a