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Pagina:I promessi sposi (1840).djvu/828

822 STORIA

altre interrogazioni, che non furono scritte nel processo? Se fosse così, potremmo esserci ingannati noi a dir che avevano ingannato il governatore col lasciargli credere che il Piazza fosse stato interrogato sul delitto. Ma se allora non abbiam messo in campo il sospetto che la bugia fosse nel processo, piuttosto che nella lettera, fu perché i fatti non ce ne davano un motivo bastante. Ora è la difficoltà d’ammettere un fatto stranissimo, che ci sforza quasi a fare una supposizione atroce, in aggiunta di tante atrocità evidenti. Ci troviam, dico, tra il credere che il Mora s’accusasse, senza esserne interrogato, d’un delitto orribile, che non aveva commesso, che doveva procacciargli una morte spaventosa, e il congetturar che coloro, mentre riconoscevan col fatto di non avere un titolo sufficiente di tormentarlo per fargli confessar quel delitto, profittassero della tortura datagli con un altro pretesto, per cavargli di bocca una tal confessione. Veda il lettore quel che gli pare di dovere scegliere.

L’interrogatorio che succedette alla tortura fu, dalla parte de’ giudici, com’era stato quello del commissario dopo la promessa d’impunità, un misto o, per dir meglio, un contrasto d’insensatezza e d’astuzia, un moltiplicar domande senza fondamento, e un ometter l’indagini più evidentemente indicate dalla causa, più imperiosamente prescritte dalla giurisprudenza.

Posto il principio che "nessuno commette un delitto senza cagione"; riconosciuto il fatto che "molti deboli d’animo avevan confessato delitti che poi, dopo la condanna, e al momento del supplizio, avevan protestato di non aver commessi, e s’era trovato infatti, quando non era più tempo, che non gli avevan commessi," la giurisprudenza aveva stabilito che "la confessione non avesse valore, se non c’era espressa la cagione del delitto, e se questa cagione non era verisimile e grave, in proporzion del delitto medesimo1." Ora, l’infelicissimo Mora, ridotto a improvvisar nuove favole, per confermar quella che doveva condurlo a un atroce supplizio, disse, in quell’interrogatorio, che la bava de’ morti di peste l’aveva avuta dal commissario, che questo gli aveva proposto il delitto, e che il motivo del fare e dell’accettare una proposta simile era che, ammalandosi, con quel mezzo, molte persone, avrebbero guadagnato molto tutt’e due: uno, nel suo posto di commissario; l’altro, con lo spaccio del

  1. Farinacci, Quaest. L. 31; LXXXI; 40; LII, 150, 152.