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Pagina:I promessi sposi (1840).djvu/737


CAPITOLO XXXVIII. 731

poi, com’era giusto, don Abbondio parlò anche della sua burrasca; poi de’ gran mirallegri anche a Agnese, che l’aveva passata liscia. La cosa andava in lungo: già fin dal primo momento, le due anziane stavano alle velette, se mai venisse l’occasione d’entrar nel discorso essenziale: finalmente non so quale delle due ruppe il ghiaccio. Ma cosa volete? Don Abbondio era sordo da quell’orecchio. Non che dicesse di no; ma eccolo di nuovo a quel suo serpeggiare, volteggiare e saltar di palo in frasca. “Bisognerebbe,” diceva, “poter far levare quella catturaccia. Lei, signora, che è di Milano, conoscerà più o meno il filo delle cose, avrà delle buone protezioni, qualche cavaliere di peso: chè con questi mezzi si sana ogni piaga. Se poi si volesse andar per la più corta, senza imbarcarsi in tante storie; giacchè codesti giovani, e qui la nostra Agnese, hanno già intenzione di spatriarsi (e io non saprei cosa dire: la patria è dove si sta bene), mi pare che si potrebbe far tutto là, dove non c’è cattura che tenga. Non vedo proprio l’ora di saperlo concluso questo parentado, ma lo vorrei concluso bene, tranquillamente. Dico la verità: qui, con quella cattura viva, spiattellar dall’altare quel nome di Lorenzo Tramaglino, non lo farei col cuor quieto: gli voglio troppo bene; avrei paura di fargli un cattivo servizio. Veda lei; vedete voi altre.”

Qui, parte Agnese, parte la vedova, a ribatter quelle ragioni; don Abbondio a rimetterle in campo, sott’altra forma: s’era sempre da capo; quando entra Renzo, con un passo risoluto, e con una notizia in viso; e dice: “è arrivato il signor marchese ***.”

“Cosa vuol dir questo? arrivato dove?” domanda don Abbondio, alzandosi.

“È arrivato nel suo palazzo, ch’era quello di don Rodrigo; perchè questo signor marchese è l’erede per fidecommisso, come dicono; sicchè non c’è più dubbio. Per me, ne sarei contento, se potessi sapere che quel pover’uomo fosse morto bene. A buon conto, finora ho detto per lui de’ paternostri, adesso gli dirò de’ De profundis. E questo signor marchese è un bravissim’uomo.”

“Sicuro,” disse don Abbondio: “l’ho sentito nominar più d’una volta per un bravo signore davvero, per un uomo della stampa antica. Ma che sia proprio vero...?”

“Al sagrestano gli crede?”

“Perchè?”

“Perchè lui l’ha veduto co’ suoi occhi. Io sono stato solamente lì