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Pagina:I promessi sposi (1840).djvu/376

370 I PROMESSI SPOSI


“Giacché la cosa si deve fare, si farà presto.”

“Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. E,” continuava poi, alzandosi da sedere, “se posso qualche cosa, tanto io, come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini...”

“Conosciamo per prova la bontà della casa,” disse il padre provinciale, alzatosi anche lui, e avviandosi verso l’uscio, dietro al suo vincitore.

“Abbiamo spento una favilla,” disse questo, soffermandosi, “una favilla, padre molto reverendo, che poteva destare un grand’incendio. Tra buoni amici, con due parole s’accomodano di gran cose.”

Arrivato all’uscio, lo spalancò, e volle assolutamente che il padre provinciale andasse avanti: entrarono nell’altra stanza, e si riunirono al resto della compagnia.


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Un grande studio, una grand’arte, di gran parole, metteva quel signore nel maneggio d’un affare; ma produceva poi anche effetti corrispondenti. Infatti, col colloquio che abbiam riferito, riuscì a far andar fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini, che è una bella passeggiata.

Una sera, arriva a Pescarenico un cappuccino di Milano, con un plico per il padre guardiano. C’è dentro l’obbedienza per fra Cristoforo, di portarsi a Rimini, dove predicherà la quaresima. La lettera al guardiano porta l’istruzione d’insinuare al detto frate che deponga ogni pensiero d’affari che potesse avere avviati nel paese da cui deve partire, e che non vi mantenga corrispondenze: il frate latore dev’es-