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Pagina:I promessi sposi (1840).djvu/308

302 I PROMESSI SPOSI


Renzo era levato; i due satelliti gli stavano a’ fianchi. Il notaio accennò a costoro che non lo sforzasser troppo, e disse a lui: “ da bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi. ”

Anche Renzo sentiva, vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito, salvo il farsetto, che teneva con una mano, frugando con l’altra nelle tasche. “ Ohe! ” disse, guardando il notaio, con un viso molto significante: “ qui c’era de’ soldi e una lettera. Signor mio! ”

“ Vi sarà dato ogni cosa puntualmente, ” disse il notaio, “ dopo adempite quelle poche formalità. Andiamo, andiamo. ”


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“ No, no, no, ” disse Renzo, tentennando il capo: “ questa non mi va: voglio la roba mia, signor mio. Renderò conto delle mie azioni; ma voglio la roba mia. ”

“ Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto, ” disse il notaio, levandosi di seno, e consegnando, con un sospiro, a Renzo le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mormorava tra’ denti: “ alla larga! bazzicate tanto co’ ladri, che avete un poco imparato il mestiere. ” I birri non potevan più stare alle mosse; ma il notaio li teneva a freno con gli occhi, e diceva intanto tra sé: — se tu arrivi a metter piede dentro quella soglia, l’hai da pagar con usura, l’hai da pagare. —