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dell’abbicì, egli la porta. ad un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela dichiara. Nascono delle quistioni sul modo di intendere; perchè l’interessato, fondandosi sulla cognizione dei fatti antecedenti, pretende che certe parole vogliano dire una cosa; il lettore, stando alla pratica ch’egli ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta al nodo della proposta, va poi soggetta ad una interpretazione simile. Che se, per giunta, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso, se vi si ha a trattare di affari segreti, i quali non si vorrebbe lasciare intendere ad un terzo, caso che la lettera andasse in sinistro; se, per questo riguardo vi si mette anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono ad intendersi fra loro come altrevolte due scolastici che da quattr’ore disputassero sulla entelechia: per non prender similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto.

Ora, il caso deí nostri due corrispondenti era appunto quello che abbiam detto. La prima lettera scritta in nome di Renzo contene-