Pagina:I promessi sposi (1825) III.djvu/47


43

alzando e ricomponendo il volto; “ma non ho mai avuto cuore: compatitemi.”

“Ma di’ su, dunque.”

“Io non posso più esser moglie di quel poveretto!”

“Come? come?”

Lucia, col capo basso, col petto anelante, lagrimando senza piangere, come chi racconta cosa che, quand’anche fosse sventura, non è mutabile, rivelò il voto; e insieme, giugnendo le mani, chiese di nuovo perdonanza alla madre, d’aver taciuto fino allora; la pregò di non parlar di un tal fatto con anima vivente, e di darle aiuto, di facilitarle la via, ad adempiere ciò che aveva promesso.

Agnese era rimasta stupefatta e costernata. Voleva sdegnarsi del silenzio tenuto con lei; ma i gravi pensieri del caso soffocavano quel cruccio personale: voleva rimproverare il fatto; ma le pareva che sarebbe un pigliarsela col cielo: tanto più che Lucia tornava a dipingere, più vivamente che mai, quella notte, la desolazione così nera, e la salute così insperata, tra le quali la promessa era stata fatta, così espressa, così solenne. E intanto, all’ascoltatrice veniva anche in mente questo e quell’esempio, che aveva uditi raccontar più volt, ch’ella stessa aveva raccontati alla figlia,