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ghere, da volerci del buono a riaverne le scarpe, e talvolta i piedi. Ma Renzo ne usciva come poteva, senza impazienze, senza male parole, senza pentimenti; pensando che ogni passo, per quanto costasse, lo portava innanzi, e che l’acqua cesserebbe quando a Dio piacesse, e che a suo tempo, verrebbe giorno, e che la strada ch’egli faceva intanto, allora sarebbe fatta.

E dirò anche che non vi pensava se non proprio nei momenti di maggior bisogno. L’eran distrazioni queste; il gran lavoro della sua mente era in riandare la storia di quei tristi anni passati: tanti viluppi, tante traversìe, tanti momenti in cui era stato per torsi giù anche dalla speranza, e dar perduta ogni cosa; e contrapporvi le imaginazioni d’un avvenire così diverso, e l’arrivar di Lucia, e le nozze, e il far casa, e il raccontarsi le vicende passate, e tutta la vita.

Come la facesse ai bivii, che pur ve n’era; se quella poca pratica, con quel poco barlume, fosser quelli che gli facessero trovar sempre la buona strada, o se l’imboccasse sempre alla ventura, non ve lo saprei dire; chè egli stesso, il quale soleva contare la sua storia molto per minuto, lunghettamente anzi che no, (e tutto conduce a credere che il nostro