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gna a punire, e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un valentuomo1, ama meglio di attribuire i mali ad una nequizia umana, contra cui possa sfogare la sua tormentosa attività, che riconoscerli da una causa, colla quale non vi sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, erano parole più che bastanti a spiegare la violenza, tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto quel veleno, di rospi, di serpenti, di sanie e di bava d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e perverse fantasie sapessero trovar di sozzo o di atroce. Vi si aggiunsero poi le malìe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si risolveva ogni difficoltà. Se gli effetti non avevan tenuto dietro immediatamente a quella prima unzione, se ne vedeva il perchè; era stato un tentativo manchevole di venefici ancor novizii: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito. Ormai chi avesse sostenuto ancora che l’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza d’una trama, passava per cieco,

  1. P. Verri, Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani di economia politica, parte moderna, tom. 17, pag. 203.