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Il protofisico Ludovico Settala, pressochè ottuagenario, stato professore di medicina nella università di Pavia, poi di filosofia morale in Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre di altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, e pel rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza si aggiungeva quella della vita, e alla ammirazione la benevolenza, per la sua grande carità nel curare e nel beneficare i poveri. E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di stima inspirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più generale e più forte, il pover’uomo partecipava dei pregiudizii più comuni e più funesti de’ suoi’ contemporanei: era innanzi a loro, ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa molte volte perdere l’autorità acquistata per altre vie. Eppure quella grandissima ch’egli godeva, non solo non bastò a vincere l’opinione dell’universale in questo affare della pestilenza; ma non potè salvarlo dall’animosità e dagli insulti di quella parte di esso che corre più facilmente dai giudizii alle dimostrazioni e al far di fatto.

Un giorno ch’egli andava in lettiga a veder