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Delle molte relazioni contemporanee, non n’è nessuna che basti per sè a darne un concetto un po’ concreto e ordinato; come nessuna ce n’è, che non possa aiutare a formarlo. In ognuna, senza eccettuarne quella del Ripamonti1, la quale va di gran lunga innanzi a tutte, per la copia e per la scelta dei fatti, e ancor più pel modo di vederli, in ognuna sono omessi fatti essenziali che sono registrati in altre; in ognuna ci ha errori materiali che si possono riconoscere e rettificare coll’aiuto di qualche altra o di quei pochi atti di publica autorità, editi e inediti, che rimangono; spesso in una si vengono a trovar le cagioni di cui nell’altra s’erano veduti, come in aria, gli effetti. In tutte poi, regna una strana confusione di tempi e di cose; è un perpetuo andare e venire, come alla ventura, senza disegno generale, senza disegno nei particolari: carattere, del resto dei più comuni e dei più sensibili nei libri di quella età, in quelli principalmente scritti in lingua volgare, almeno in Italia; se anche nel resto d’Europa, i dotti lo sapranno, noi lo sospettiamo. Nessuno scrittore di epoca posteriore s’è proposto di esaminare e

  1. Josephi Ripamontii, canonici scalensis, chronista urbis Mediolani, De peste quæ fuit anno 1630, Libri V. Mediolani, 1640, apud Malatestas.