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pocaggine, altrui di tirannia e di perfidia e si rodeva. Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e invidiava in certi momenti qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente godersi nel mondo quei doni.

La vista di quelle monache che avevano cooperato a condurla quivi entro, le era odiosa. Si ricordava le arti e gl’ingegni che avevano messi in opera, e ne le pagava con tante sgarbatezze, con tante fantasticaggini, ed anche con aperti rinfacciamenti. A quelle conveniva il più sovente mandar giù e tacere, perchè il principe aveva ben voluto tiranneggiare la figlia quanto era necessario per ispingerla al chiostro; ma ottenuto l’intento, non avrebbe così facilmente patito che altri pretendesse d’aver ragione contra il suo sangue: e ogni po’ di romore ch’elle avessero fatto, poteva esser loro cagione di perdere quella gran protezione, o cangiare per avventura il protettore in nimico. Pare che ella avrebbe dovuto sentire una certa propensione per le altre suore che non avevano messo mano in quella sporca pasta d’intrighi, e che senza averla desiderata per compagna, l’amavano come tale, e pie, occupate e ilari le mostravano col loro