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miei, si degnino di mettersi nei miei panni. Se la cosa dipendesse da me, ..... vedono bene che a me non importa nulla....”

“Orsù” interruppe il bravo “se la cosa avesse a decidersi a ciarle, ella ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, nè vogliamo saperne di più. Uomo avvertito.... ella c’intende.”

“Ma codesti signori son troppo giusti, troppo ragionevoli....”

“Ma” interruppe questa volta l’altro compagnone, che non aveva parlato fino allora, “ma il matrimonio non si farà, o....” e qui una buona bestemmia, “o chi lo farà non se ne pentirà, perchè non ne avrà tempo e....” un’altra bestemmia.

“Zitto, zitto,” ripigliò il primo oratore, “il signor curato sa il vivere del mondo; e noi siamo galantuomini, che non vogliamo fargli del male quando egli abbia giudizio. Signor curato, l’illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.”

Questo nome fu nella mente di don Abbondio come, nel forte d’un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente ed in confuso gli oggetti, e cresce il terrore. Fece egli, come per istinto, un grande