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I Vicerè 297

Per animare la conversazione languente, e vincere la freddezza da cui tutti erano impacciati, e rendersi utile, la cugina aveva cominciato a chiedergli notizie del suo viaggio attraverso l’Italia; e il deputato parlava a vapore:

— La baraonda di Napoli, eh? Che paesone! Pareva che tolta la Corte, i ministeri, tutto il movimento della capitale, dovesse spopolarsi, ridursi come una città di provincia; invece cresce ogni giorno, è più animata di prima. Anche Torino è piena di vita, però in modo diverso....

— In modo diverso.... — ripetè il barone, con tono di condiscendenza, come per non restare in silenzio.

— È vero che somiglia a Catania? — domandò il marchese.

Raimondo sciolse lo scilinguagnolo per dire, con sottile ironia:

— Tal e quale, sai! Due goccie d’acqua....

— Le strade dice che son tagliate allo stesso modo....

— Ma sì! Ma sì!... Anzi diciamola tutta: Torino è più brutta, più piccola, più povera, più sporca....

Allora Chiara saltò su in difesa del marito:

— Questa smania di dir sempre male del proprio paese non l’ho mai capita....

— Scusa, — protestò il duca. — Qui nessuno ne dice male....

— Lo stesso paragone è impossibile, — disse Benedetto, conciliante.

Donna Ferdinanda alzò lentamente gli sguardi per volgerli dalla parte donde veniva la voce; ma, giunta a mezza strada, li diresse alla parte opposta, alla finestra dove don Blasco udiva dal nipote le notizie dell’accaduto.

— Dice che raggiungerà sua moglie e che poi se ne torneranno qui. È stato lo zio duca quello che ha combinato ogni cosa. Per me, facciano quel che vogliono. Ma vedrà che ricominceranno. Vorrei sbagliare, ma siamo ancora al principio....

— Quella bestia perchè ci s’è messo? Non ha abba-