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I Vicerè 293

Giulente, la Palmo macchiava la casa degli Uzeda: ella non voleva che ci rimettesse piede. E difendeva donna Isabella contro le accuse di cui l’udiva fare oggetto: anche lei era stata sacrificata con quell’ignobile Farsa, farsa tutta da ridere: niente di più naturale che quel matrimonio tanto male assortito fosse finito peggio; se avessero dato la Pinto a Raimondo, allora sì!... A un tratto, una sopra l’altra le avevano portato le due notizie dell’arrivo del duca e del barone e dell’imminente riconciliazione tra suocero e genero. Raimondo non s’era fatto vivo; l’avvenimento stava per compiersi ad insaputa di lei! Allora, il tempo di far attaccare, e subito al palazzo.... Quando ella entrò nella Sala Gialla c’erano il principe e la principessa, don Eugenio, il duca, Lucrezia col promesso, Chiara col marchese, e Raimondo che passeggiava come un leone in gabbia. Benedetto Giulente, appena la vide entrare, s’alzò rispettosamente: ella gli passò dinanzi come se fosse uno dei mobili sparsi per la sala; non rispose al saluto di nessuno tranne a quello di Raimondo che trasse in disparte verso una finestra.

— Vecchia pazza! — disse Lucrezia al fidanzato, avvampando subitamente in viso.

Egli scrollò il capo con un sorriso d’indulgenza; ma il duca si avvicinò alla coppia, quasi a compensarla della sgarberia della sorella.

— Il barone dovrebbe esser qui, — disse guardando l’orologio. — Sarei andato io stesso a prenderlo se non avessi temuto di dare troppa importanza a una cosa che non dovrebbe averne nessuna....

— Vostra Eccellenza ha fatto benissimo, — rispose Benedetto. — Le ciarle sarebbero state più lunghe.... Non per questo, — aggiunse, — è minore il merito di Vostra Eccellenza per aver ricondotto la pace in una famiglia che....

— Piccoli malintesi! I giovani hanno le teste calde! esclamò con un sorriso tra di modestia e di compatimento l’Onorevole.