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trini dall’altra.» E aveva ricominciato ad aizzare gli altri nipoti contro «quell’imbroglione,» spingendoli ad impugnare la validità di quegli effetti che chiamava «cavalli di ritorno» perchè, se non erano falsi del tutto, dovevano essere vecchie cambiali ritirate dalla principessa, trovate da Giacomo tra le carte e rimesse a nuovo per la circostanza! Ma poichè quell’altre bestie di Chiara, del marchese, di Ferdinando, di Lucrezia facevano orecchio da mercante — come non si trattasse dei loro proprii interessi! — il monaco quasi quasi era stato sul punto di dimenticare l’antica avversione per Raimondo e di andare a svelargli le magagne del coerede e fratello, a gridargli: «Apri gli occhi, se no ti metterà nel sacco e ti mangerà!...» Vedendo ora che erano tutt’una cosa, si rodeva il fegato notte e giorno, e un ultimo fatto l’aveva inviperito e indotto a strepitare contro «quei pazzi e birbanti» al convento, nelle farmacie, anche per le pubbliche strade con la prima persona capitata. Alla zolfara dell’Oleastro gli Uzeda, scavando scavando, avevano oltrepassato, sotterra, il confine della proprietà superficiale: i proprietarii limitrofi iniziavano quindi una lite. Raimondo, a cui l’apposizione d’una semplice firma in coda alle ricevute ed ai contratti già pesava, mostrò in quell’occasione al signor Marco, che veniva per fargli leggere gli atti della lite, il proprio fastidio per tutte quelle continue «seccature»; allora il signor Marco gli propose: «Vostra Eccellenza perchè non fa una procura al signor principe? Così risparmierà tante noie e le cose anderanno anche più spedite, fin a quando, pagate le sorelle di Vostra Eccellenza, si procederà alla divisione....» Raimondo non se lo fece dire due volte e firmò subito l’atto col quale il principe ebbe mandato d’amministrare l’eredità in nome anche del coerede.

Ora Matilde, sapendo questo, aveva domandato a sè stessa perchè mai Raimondo restava ancora in Sicilia? Se non s’occupava più degli affari, qual altro interesse ve lo tratteneva? Ed ella ricominciava a strug-