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Il varo della «Roma» 175

— Ma preferisco la capanna, — disse Enrico. — Là dentro mi pareva di essere in prigione. Al lavoro! —

I tre Robinson non perdettero tempo. La piantagione di bambù non era lontana che pochi passi e fornì loro il legname occorrente per rifabbricarsi la capanna aerea e le cinte per gli animali.

Per una settimana intera lavorarono con lena febbrile, dall’alba al tramonto, non prendendo che brevi riposi. La stagione delle piogge incalzava, e ogni giorno, verso sera, il cielo si copriva di nubi le quali poi si scioglievano in abbondanti acquazzoni.

La capanna, ricostruita nel medesimo posto ove prima sorgeva, era più vasta, più comoda e più solida, avendo raddoppiato i pali di sostegno e allargato il tetto in modo che riparasse tutta la terrazza anteriore.

Dieci giorni dopo, anche la cinta destinata agli animali era terminata. Anche questa era più vasta e riparata da una tettoia per difendere i quadrupedi, i quadrumani ed i volatili dalle piogge.

Finalmente ripararono anche il campicello che il mozzo, in quel frattempo, aveva zappato, circondandolo d’una palizzata per difenderlo dai guasti che potevano produrre gli animali selvaggi. Terminati tutti quei lavori, si recarono alla caverna per ricondurre gli animali. Le povere bestie, quantunque il mozzo avesse provveduto loro, tutti i giorni, foglie fresche e acqua in abbondanza, pareva che avessero sofferto di quella specie di prigionia entro quella caverna poco arieggiata e poco illuminata e si mostrarono molto soddisfatte ritornando al recinto.

Il 25 ottobre il marinaio e Albani, approfittando del bel tempo, fecero una rapida esplorazione nei boschi della costa orientale. Già da parecchi giorni li tormentava un desiderio intenso: quello di scoprire il cadavere del pirata che per poco non li aveva sorpresi, mentre si erano nascosti sull’albero. Speravano che fosse sfuggito alle ricerche dei suoi compagni e di ritrovare il suo fucile e le sue munizioni.