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Il «tia-kau-ting» 151

— Sì, lo vedo.

— Non vi sembrano uomini di colore?

— E per di più dei sulani o dei bughisi, poichè non iscorgo i larghi cappelli di rotang che usano i marinai cinesi.

— Allora sono pirati.

— Aspettiamo, per giudicarli, Enrico.

— Guardate, signore!...

— Che cosa vedi ancora?...

— Due grosse spingarde sul castello e due piccoli cannoni sul cassero. —

Albani aggrottò la fronte.

— Brutto segno, — mormorò. — Un tia-kau-ting armato non può essere montato che dai pirati. —

Il piccolo veliero intanto continuava ad avanzarsi, dritto la piccola cala fiancheggiante la caverna marina, correndo bordate. A prua si vedevano parecchi uomini semi-nudi, dalla tinta oscura, armati di certi moschettoni che dovevano essere di fabbricazione antica, a miccia od a pietra.

A poppa se ne vedevano altri raggruppati dietro ai due piccoli pezzi d’artiglieria, come se non attendessero che un comando per farli tuonare contro la capanna aerea. Giunto a trecento metri dalla spiaggia, il tia-kau-ting si mise in panna. Una scialuppa venne calata in acqua, e dieci uomini armati di moschetti vi presero posto ed arrancarono verso la piccola cala, procedendo però con precauzione, come se temessero qualche insidia o qualche scarica improvvisa.

Quegli individui erano tutti di statura alta, bene conformati, di carnagione rossastra, col viso un po’ piatto, ma colle ossa delle gote assai sporgenti, il naso diritto e cogli occhi nerissimi come i loro capelli, ma un po’ obliqui.

Le loro vesti consistevano in una semplice camicia che scendeva fino alle ginocchia ed in una larga cintura sostenente certi sciaboloni colla punta a doccia, somiglianti ai parangs dei bornesi.

In pochi minuti la scialuppa approdò ed otto uomini sbarcarono, dirigendosi silenziosamente verso la capanna aerea.