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Il «tia-kau-ting» 149

rico. — Al primo indizio di pericolo, svegliami con un buon calcio, se vuoi.

— Non temere, marinaio. Non perderò di vista il fanale. —

Il veneziano e il genovese, sapendo che potevano dormire sicuri finchè il mozzo vegliava, approfittarono per andarsi a coricare. Una guardia in tre era affatto inutile, e poi essi cadevano per la stanchezza.

Piccolo Tonno, sedutosi all’estremità della piattaforma, accanto allo Sciancatello, non chiuse gli occhi un solo minuto. Per essere più certo di rimanere sveglio e per allontanare il sonno, di quando in quando si pizzicava le braccia con molto vigore.

Il fanale di quella nave rimaneva intanto sempre immobile, a circa sei miglia dall’isola. Continuando a regnare sul mare una calma assoluta, quel veliero si trovava nella impossibilità di superare l’isola o di accostarsi.

Il marinaio surrogò il mozzo poco prima della mezzanotte, poi questi fu surrogato dal veneziano verso le tre del mattino. I due primi però, divorati dall’impazienza, non tardarono a tenergli compagnia, essendo l’alba vicina.

Osservando bene il fanale, s’accorsero che si era sensibilmente avvicinato all’isola. Forse l’alta marea o qualche corrente avevano trascinata la nave.

Verso le quattro, il sole, dopo un’aurora di pochi minuti spuntò sull’orizzonte, rischiarando bruscamente il mare e la nave, la quale ormai non distava che tre o quattro miglia.

Un solo sguardo bastò al veneziano per sapere con quale naviglio aveva da fare. Non era una vera nave, ma una di quelle barche velocissime, con due alberi sostenenti vele di grandi dimensioni, collo scafo assai basso, chiamate tia-kau-ting, usate dai pirati e dai contrabbandieri del mar chinese meridionale e del mare di Sulu.

— Lo avevo sospettato, — mormorò, aggrottando la fronte.

— Un legno corsaro? — chiese il marinaio, che aveva pure riconosciuto in quella barca un tia-kau-ting.

— Questa non è una regione per esercitare il contrab-