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un poncino, quando si vide avvicinare da un uomo di bella taglia, vestito di un domino nero e con il viso nascosto da una maschera di velluto nero. Nessuno s’era preoccupato della presenza della maschera, poiché in quel momento si apriva il teatro per un veglione.

Il domino si fermò di botto davanti alla tavola dello spadaccino, e con un colpo di mano fece saltare il bicchiere del ponce, mentre con voce tonante gridò:

— Cameriere, servite una caraffa d’orzata.

Larilliére impallidì e battendo dei pugni sulla tavola, concitato prese a urlare:

— Miserabile; ignorate dunque chi io sia?

E nel dire tentò strappargli la maschera.

Una mano di ferro trattenne il braccio del conte, che sotto quella stretta fu obbligato a sedersi:

— Chi siete lo so. Cameriere, presto una bottiglia d’orzata!

E rivolgendosi di nuovo al conte gli punta al petto una pistola:

— Se alla presenza delle persone che sono qui e per la soddisfazione mia personale, voi non traccannate immediatamente questa bottiglia, vi brucio le cervella; se la ingoiate, domattina avrete l’onore di battervi meco.

— Alla sciabola? chiede il conte al parossismo della collera.

— All’arma che vi piacerà; rispose lo sconosciuto.

Larilliére trangugiò d’un sol fiatò l’orzata, mentre tutti i presenti conservavano un silenzio sepolcrale. Lo sconosciuto, dopo essersi accertato degli effetti prodotti dalla sua provocazione. si ritirò, dicendo a voce alta:

— Signor conte, vi ho sufficientemente umiliato oggi, ma non vi ucciderò che domani. I miei testimoni saranno da voi domattina alle otto, e ci batteremo là, ove voi avete ucciso il povero Castera.

Come l’aveva promesso, all’indomani, Larilliére si trovò di fronte ad un giovanotto di appena venticinque anni: assistito da due soldati semplici del reggimento, che teneva di guarnigione nella fortezza di Blaye.

L’attitudine dello sconosciuto era calmissima e risoluta;