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Datemi soccorso 35

nale raccontava come il giovane fosse stato abbandonato un mese innanzi dalla propria amante, una bellissima mondana, la quale gli serviva spesso da modello e che il dolore d’averla perduta e l’inutile, spasmodica attesa del suo ritorno lo avevano spinto alla volontaria morte. La madre del pittore visitandolo verso sera allo studio lo aveva trovato al telefono intento a comunicare con qualcuno, e sembrandole abbastanza calmo se n’era andata senza sostare.

Venti minuti dopo il giovane si sparava al cuore un colpo di rivoltella e cadeva riverso ed esanime ai piedi dell’apparecchio telefonico.

Gustavo Ardenzi, giunto a questa parte della narrazione, si fermò a meditare con la fronte segnata da due profonde rughe e lo sguardo veemente fisso al suolo. Il vago dubbio che gli era balenato al principio della lettura si faceva a questo punto rodente certezza.

Lo scioglimento sanguinoso di quel dramma era dovuto a lui. La voce lontana che lo aveva implorato la sera innanzi al tramonto, il grido angoscioso che chiedeva soccorso ed al quale egli aveva freddamente, beffardamente negato aiuto era quello del giovine morituro che invocava da lui, esperto conoscitore d’anime, indulgente rivelatore delle umane miserie, una