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la falena e il lume 25

alla porta, la porta di quella camera stessa e mi annunziò che Ermanno era partito. Quindi soggiunse: «Ha lasciato per te i suoi saluti. Tu dormivi e non ha permesso che ti svegliassi».

Non so che cosa risposi, so che dopo alcuni giorni assicurai Sofia della mia completa guarigione e con un pretesto me ne andai. Dopo non volli o non potei più riannodare quell’amicizia.

Emanuela Vittis alzò la testa a guardare la luna che ormai splendeva piccola e pallida come un’ostia sul nostro capo e continuò con gli occhi fissi all’alto e tutto il volto marmoreo nell’albore:

— Io non credo che la nostra volontà ci guidi in tutti i nostri atti. Se quella porta aperta e quella striscia luminosa sul pavimento non mi avessero chiamata, abbagliata, istupidita, io dormivo quella notte placidamente senza occuparmi di quell’uomo che non amavo e che ho dimenticato quasi subito dopo.

— Tu fosti come la falena attratta dal lume — le risposi io ridendo tuttora sdraiata nell’ombra dell’oleandro; — ma per fortuna ti bruciacchiasti solo un poco le ali.

Ella meditò un momento sempre fissando la luna, poi si chinò all’acqua tremula del lago e vi lasciò cadere una breve, secca, sibilante parola: — Forse.