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408 Brani di vita


Ah no, Onorando Signore, non è in nome di Cristo che si può parlare, quando di tutto quel suo mirabile sermone della montagna, così caldo d’amore, così acceso di carità, non si conservano che quattro parole: “petite et dabitur vobis”. Non è Cristo che odia, interdice, maledice e scomunica. Non è Cristo che non suona una campana se non per prezzo, che non libera subito un’anima se non all’altare privilegiato e pel compenso stabilito; che merca, guadagna, incassa per indulgenze, dispense, licenze ed opere di misericordia, rivendendo imaginette, medagliuzze, abitini, reliquie risanatrici ed acque miracolose. Non è Cristo che tiene esposizioni a pagamento, conferenze a pagamento, e rivede i conti delle banche cattoliche e consiglia sui casi di coscienza e sul prezzo della rendita e non dice un requiem se la moneta non fu contata e non seppellisce un morto se la tariffa non fu rispettata! Ah no, Onorando Signore, questo non è il Cristo che amò, che soffrì, che morì inchiodato sulla croce perdonando! Questo è il Vitello d’oro!

Ci si prostri Monsignore se crede. Io sputo sull’altare ed esco dal tempio.

E, scusi se mi ripeto, non è un povero sonetto che si perseguita; sono le idee liberali tuttor viventi in Romagna, che si vogliono rintuzzare e strozzare. Non è la religione, la dignità dell’infula, l’onor di Cristo che siano la posta del mal gioco, ma l’interesse d’una fazione politica, il desiderio di un ritorno al passato, la sacra fames della potenza, delle ric-