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400 Brani di vita

Di quel Giusti che pure scriveva del suo Sovrano

     Il Toscano Morfeo vien lemme lemme
     Di papaveri cinto e di lattuga,
     Ei che per smania d’eternarsi, asciuga
                         Tasche e maremme."


E il Sovrano era Arciduca austriaco, investito di poteri assoluti, con soldati austriaci nelle sue caserme e il crimen laesae maiestatis nelle sue leggi. E Giuseppe Giusti non fu mai inquisito, anzi nemmeno seccato per quei versi ben altrimenti aguzzi e ben migliori dei miei, in tempi non misericordiosi certo per chi, non dico offendesse, ma solo pungesse l’autorità constituita per diritto divino nella sua Legittimità. Toccava a tempi più liberi, più civili, più largamente ed intellettualmente progrediti, il vedere le stesse idee, anzi quasi le stesse parole che lasciavano indifferente il potere dispotico dell’Imperiale e Regio Padrone, irritare un Vescovo, incomodare un Tribunale e forse condurre al carcere un poetastro, ahimè tanto minore e tanto più trascurabile del Giusti!

E non voglio qui ricordare l’oraziano

     .... pictoribus atque poetis
     Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas.


No, Signore. I pittori e i poeti non debbono, come i Vescovi e i preti di una volta, godere di alcun privilegio sulla legge comune. Io sono primo a dirlo, io che mi rivolterei contro qualunque privilegio con-