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Il ritorno 153

questa ricchezza, questa operosità non sono artificiali, non sono dipendenti da uno stato di cose e da tutta una clientela variabili e mal fidi. Le capitali vogliono una ostentazione di lusso improduttivo che non è ricchezza, ma simulacro di opulenza, spreco di capitali, fumo senza arrosto: e Firenze informi. Torino invece, perdendo la capitale, s’è messo a cercare il lavoro produttivo, s’è dato al serio e, invece di perdere, ha guadagnato. Non sono i fiorentini che tengono del monte e del macigno, sono questi torinesi che non si sono lasciati scuotere da un temporale, forti proprio come il granito dei loro monti. Non solo, ma quando la capitale era qui, i letterati erano una colonia di forastieri. Li avevano tanto chiamati beoti questi poveri piemontesi, che avevano quasi finito col crederlo e non osavano di far sentire la loro voce nel concerto dei dotti e dei poeti qui convenuti da ogni parte d’Italia. Rimasti soli, si sono provati anche nell’arte, e ci si sono provati tanto bene che stanno più che al pari del resto. Questa loro forza i piemontesi non la conoscevano. Altro che beoti.... Bisogna far loro di cappello!

Lasciando stare le lettere, un popolo di beoti non produce tutte quelle opere d’arte che fanno onore al Piemonte nella Esposizione Nazionale. Certo ai piemontesi, si può dire ultimi arrivati in questo campo dove quasi temevano di scendere, non sono toccati gl’inni e le apoteosi; ma hanno mostrato di saper stare al pari degli altri anche qui, appunto nelle arti, che un pregiudizio sciocco faceva ritenere più ribelli alla loro indole. Benedetti piemontesi, sono