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saggio che tu sei degna di vivere la vita, che ti destiniamo, fa prova di sapere starti lunga e distesa dentro la bara, che la munificenza nostra ti largì; forse chi sa, anche per te verrà il giorno, che ti cresceremo la profenda, e qualche capo aggiunteremo al tuo armento, ma adesso tu hai a chiudere la porta in faccia ai figliuoli di tua madre, e se battono i denti lasciali fuori a intirizzire al sereno; se minacciati di eccidio gridano al soccorso, tu fa orecchia di mercante, e lasciali ammazzare. Vieni qua, siedi sullo sgabello degli accusati e ascolta i tuoi carichi. Tu non meriti la estimazione dei Governi, avvegnadio le tue terre vadano piene di Klefti e di Palicari, i quali se scomparvero dal Peloponneso, a cento doppi pullularono nella Romelia; tu non sapesti approdare della indipendenza considerandoti noi sempre povera ed infingarda. Rispondi! dove sono i tuoi colti, dove le ferrovie, le vaporiere, gli opificii, le scuole elementari, i licei, le biblioteche, le università, le accademie, i serragli delle fiere, l’opera comica, le commedie dello Scribe, l’acqua di Lobau, e il metodo infallibile per estirpare i calli? Tutto questo ti manca, e non lo puoi negare. E della libertà quale uso facesti? Gherminelle di eligendi, corrotti gli elettori brogli nelle elezioni scandalosissimi. Il tuo governo, postergato ogni pudore, compra i