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capitolo xx. |
finimondo, ne ci era verso di scapolare loro di sotto; le sghignazzate e i fischi andavano al cielo, e già era corso qualche scappellotto, ventipiovolo d’imminente acquazzone. La faccenda diventava brusca davvero, se il direttore non giungeva in tempo con un rinforzo di spedalinghi armati di nerbi, i quali distribuendo a destra e a sinistra busse da levare la pelle, fece prendere il puleggio a cotesti matti, i quali però appena furono fuori di tiro si voltarono d’accordo riprincipiando un inferno di fischi e di vituperi.
Il direttore, confuso per lo spiacevole inconveniente, si profondeva in inchini, senza aprire bocca come colui che non sapeva da che parte rifarsi; ma il presidente venne tosto a levarlo di pena, imperciocchè sorridendogli beato, mentre si assettava il cappello sgualcito, gli disse:
— Poverini! bisogna compatirli, e’ sono matti.
— Giusto! era quello che pensava anch’io, cotesti miseri non sanno ciò che si dicano o si facciano, si affrettò di soggimigere il direttore.
Artemisia tremava; di che tremava ella? Non mi è facile indovinarlo; questo so e lo ridico, che stringendosi ella al braccio dell’amante, gli susurrò negli orecchi:
— Han fatto male a mettere cotesto infame allo spedale, lo avevano a cacciare addirittura in galera.