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capitolo xx.


portamenti abbiano fatto nel governo la più penosa impressione. Si rende giustizia ai meriti del magistrato, il quale nello esercizio del suo ufficio mostrò perizia non ordinaria e fermezza nei principii sani, che, abiurati i pessimi in cui un giorno forviò (vuoisi avvertire così di passo che il prefetto fu presidente nel 1849 di un circolo repubblicano a Firenze), promise osservare: quantunque qui si sarebbe desiderata, non minore severità, che anzi questa sta bene, e se maggiore meglio, ma più temperanza di atti e di parole, imperciocchè co’ modi gladiatorii l’autorità ci scapiti e provochino dagli avvocati, vere campane del bargello, rimbecchi e vituperii, che di rado si possono punire; ma ciò che ha passato il limite di ogni pazienza è stato il suo contegno domestico. Che vostra signoria ami teneramente la sua signora s’intende, a cagione della molta bellezza e delle virtù che l’adornano, ma ch’ella si lasci travolgere il senno dalla gelosia, ma che dia in escandescenze, ma che prorompa in minaccie, ma ch’ella faccia segno dei suoi odiosi sospetti un personaggio avuto in altissimo pregio dall’universale; a cui noi tutti dobbiamo venerazione ed ossequio...

— Dunque perchè costui è potente potrà straziare a suo libito l’onore dei cittadini? Dunque noi dovremo chiudere gli occhi a quello che vediamo, gli orecchi a quello che ascoltiamo?

— Appunto, ch’è pur troppo illusione del suo