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capitolo xxi. |
conservo memoria; voglimi usare la cortesia di mostrarmelo.
— È giusto; eccolo.
Curio lo estrae dal portafogli e glielo consegna, l’altro lo piglia e con moto rapidissimo se lo caccia in bocca per ingollarlo; però Curio, non meno celerò di lui, con la manca lo afferra per la strozza, e tanto lo stringe, che non che il foglio, ma neppure l’aria ci può passare, e nella bocca aperta spinge due dita della destra e ne cava fuori il foglio lacero in parte, ch’ei getta via lontano per terra; poi a pugno chiuso piglia a pestargli il viso, che meno forte cala mazza del fabbro sopra la incudine; Curio sentì sgretolarsi sotto la mano il naso di costui, e gli occhi così di un tratto gli comparvero infaonati da parere un vero Ecce Homo. Accorsero gli ufficiali compagni del malcapitato per salvarlo da cotesto furore, e tutti di concerto si posero a tempestare con colpi di sciabola sui reni e sul cranio di Curio, finchè a lui, rotto in più parti della persona e tutto grondante sangue, non si prosciolsero le braccia stramazzando supino; nel cadere arrangolò:
— Sono morto!
Due barelle trasportarono il maggiore a casa e Curio all’ospedale.
Tre giorni dopo questo caso i soldati, attingendo acqua al pozzo per lavare la caserma, trovarono