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non costumano più), con altri bastarono promesse. Le arti della corruzione sono vecchie, le inventarono i preti e le insegnò la Chiesa: Geezia e Simonia; e questa mercè munus a manu et munus ab officio. Nobilmente plebei, quanti in cotesta assemblea andavano per la maggiore corsero al corno che li chiamava alla pastura. Probo Seigatti, col sacco delle ghiande sotto il braccio, fu Circe per loro; molti vinse la cupidità, ma troppi più il bisogno di calafatare la barca della domestica economia, sdrucita così, che le trombe non bastavano a cavarne l’acqua. Chi si accaparrò la carica di preside, chi fu consigliere, direttore e vice-direttore, chi ebbe a contentarsi dell’ufficio di consulente, avvocato o procuratore: insomma una fiera. L’Anussi, da quello ebreo sparvierato che era, volle cartelle per far quattrini subito; costui professava, più che devozione, fanatismo per la massima antica: meglio un uccello in mano che dieci in frasca. Scelto segretario della Commissione, egli compose un’ode pindarica in numeri arabici invece di versi. I giornali, ognuno secondo la sua specie, presero a stridere, a gracidare, a cantare, o con altre diverse voci a far sentire peani, ed epinici, sicchè per tutto cotesto anno rane, cicale, grilli, con altre parecchie bestie, sbalorditi, non si fecero più udire. Tutto cedeva, se mai ci era pericolo, stava nel troppo abbrivo; la cosa andò giù di schianto; ministri e deputati