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capitolo xviii. 315


laudo si alzò da tavola, ci volle restare, dove dopo avere asciugato tutte le bottiglie, compresa quella del cognac, stese le braccia, e su queste buttato il capo, prese a tronfiare come un tasso. Scesa la notte, Elvira sorse da letto, ed avendo trovato il Merlo sempre a tavola addormentato, gli levò pianamente di tasca la chiave della rimessa, informandosi, senza parere fatto suo, del luogo ov’era posta. Del Merlo non ci era da darsi pensiero: se la vinolenza gli fosse passata alla dimane, avrebbe fatto primiera con tre carte. Anche il cocchiere eccitato a bere (e non aveva mestieri conforti), se non si ridusse nello stato del Merlo, un tiro di cannone non ci correva. Assicurata di questo, Elvira pensò: fin qui le cose mettono bene; adesso da capo si pose a strologare; sembrava ripassasse nella mente il fatto e il da farsi; su di un punto parve si pentisse di qualche errore commesso, perchè si morse il dito, ma poi conchiuse: basta, si rimedierà; dentro la sopraccarta vecchia chi para di mettere una lettera nuova? Su di un altro tentennando il capo a mo’ di pendolo, dava a divedere riuscirle difficile la risoluzione; tuttavia all’ultimo anche qui si decise e sonò il campanello. Al cameriere, che sollecito comparve, disse:

— Avvertite il vostro padrone che favorisca venire qui in camera; ho da parlargli.

Indi a brevi istanti ecco il padrone con la ber-