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capitolo xiv. 391


sembrarle preciso, imperciocchè quando entrava nel reclusorio ella possedesse collana, orologio, gioielli ed anco parecclii biglietti di banca; alla quale osservazione la priora indispettita rispose: — Miserie! miserie! figliuola mia! e poi ne avete speso il valsente quattro volte e più per voi. — Per me? esclamò Arria maravigliata. — E la priora, con faccia da batterci su le monete, soggiunse: — Certo, per voi, dacchè avendo ridotto tutto in danaro, lo rinvestii in tanto bene, secondo la vostra intenzione, pei vostri poveri morti, sicchè mi stupisco che non abbiate mai udito i fervidi ringraziamenti che essi vi mandano fino dal purgatorio.

Il giorno seguente Arria fu messa in viaggio; per via trovò ogni cosa pagata, perocchè a lei non volesse confidare danaro la previdenza, sospettosa sempre, dei gesuiti; nelle diverse stazioni ella occorse in persona che pareva commessa a spesarla e a rimetterla in cammino. A Milano parimente; perfino la vettura ammannita; il vetturino informato puntuale del luogo dove l’aveva a condurre.

La vita di Arria se ne andava dal suo corpo cheta e perenne, come l’acqua cola a goccio a goccio dall’urna incrinata: diversa in questa dagli altri infermi di mal sottile, ella conosceva benissimo il suo continuo avvicinarsi alla morte: che se talora favellava di letificarsi nei raggi del sole diffuso pei campi aperti, ovvero bagnarsi il petto nelle aure vitali di prima-