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314 il secolo che muore


— Vengo da me, signora Isabella; io sono una povera orfana che la sua figliuola raccolse, col suo pane nudrì, col suo spirito educò: la sventura, ecco, adesso l’ha schiantata; ella, senza volerlo, mi ha abbandonata, ma io non voglio abbandonare lei; quando la metteranno in terra, io supplicherò che mi seppelliscano nella medesima fossa e mi esaudiranno.

— Ah! soggiunse Isabella, anche morendo, o mia Eponina, tu hai pensato a me, porgendomi dalla bara un fiore.... ben venuto, o fiore di consolazione, io ti poserò sul seno che ti allattò, o figliuola; dimmi, vuoi stare con me? Non mi lasciare desolata e sola. L’amore che porto ad Eponina può bastare anco a te, senza che ei ne rimanga menomato.

Natalizia allora, cingendo alla madre di Eponina col diritto braccio il collo, disse:

— Sì; io ti starò al fianco, e quando piangerai, io piangerò con te.

Allora Isabella senti squagliarsi il cuore, che fino a quel momento le aveva oppresso il petto; e strinto con ambe le mani il capo alla fanciullina, pianse, e la fanciulla con lei; e piansero tanto e tanto, che elleno stesse si maravigliarono come sì grande copia di lacrime potesse versarsi da occhi mortali.

Si apre la stanza mortuaria e vi penetrano pa-