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capitolo xiii. 267


raddoppiare nella sua anima la fede che durerà immortale il ricordo di lei nel cuore dello sposo; che innaffiati dalle lacrime vedovili cresceranno perenni i fiori sopra la sua tomba. Principe! Avete mai pensato alla spada che la trafiggerebbe, se venisse a sospettare che voi non l’amate più, peggio, che voi ne amate un’altra? Morirebbe disperata; e voi ed io saremmo forse colpa della sua eterna dannazione. Vostra moglie, mi afferma il grido pubblico, santissima donna ed a voi attaccata con tutte le viscere. Sarebbe questo il guiderdone che voi le serbate per tanto amore? E quando? Quando la morte ci ha fatto il segno, come su cosa che abbia di già acquistata. E in che occasione? Allorchè ella posa il suo ultimo sguardo sopra l’amato volto, per quinci desumere forza e coraggio di levarlo per sempre in paradiso.

Il principe sudava per la pena; non sapeva andare innanzi nè indietro, come il cavallo che patisce di restio, non si muove neppure se gli accendono una fascina sotto la pancia; nè Eponina si sentiva meno sopra le spine non potendo indovinare come la sarebbe ita a finire; quando la fortuna le porse inopinatamente il destro di cavarsi da cotesto pelago. Il principe nella confusione della sua mente, come uomo che si attacchi alle funi del cielo, di un tratto mi usciva fuori in queste sciagurate parole: