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capitolo viii. 295


di loro metteva doppio tempo a desinare: neppure una delle formalità volute dalla legge fu trascurata: vennero tutte eseguite puntualmente, chè il manuale sapevano a mena dito.

I dodici rientrarono nella sala, dove li accoglie un silenzio inquieto, foriero della tempesta. Il presidente domanda al capo dei giurati, conforme alla usanza, qual sia il resultato della deliberazione; questi con la mano sulla parte dove il cuore ha la gente, pronunzia la formula sacramentale: «Sul mio onore e sulla mia coscienza la deliberazione dei giurati è questa....» e la lesse, la quale sonò alternativamente ora affermativa ed ora negativa con questa ragione, che condannò senza pietà Felicina, o rimandò assoluto prete Liborio.

Il presidente, in ordine al verdetto dei giurati, dichiarato prima assoluto don Liborio, decretò si ponesse subito in libertà, non senza ammonirlo di procedere un’altra volta meglio avvisato negli atti di carità: anco questa ha i suoi confini; anzi per dirgliela in rima, conciossiachè il presidente desse talora una capata nella poesia, gli allegò la sentenza dello abate Pietro:

. . . . . . . . . . e quando eccede,
Cangiata in vizio la virtù si vede.

E il diavolo rise. Quanto a Felicina, giudicata colpevole di netto, il pubblico ministero chiese con bellissimo garbo alla Corte l’applicazione della