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Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 2, 1910 - BEIC 1838429.djvu/88

82 memorie inutili


Quanto a me, co’ sentimenti d’un animo sincero e sensibile, mi chiusi quella mattina nel mio solitario stanzino e quivi scrissi in fretta i ventiquattro versi del mio prologhetto in favore del delirante, da essere stampato e donato all’uscio del teatro a’ spettatori che entravano la sera de’ diciassette alla non piú mia commedia.

Mi premeva di terminarlo prima che giugnesse la visita che meco «gareggiava di cortesia», come si vedrá, per esibirlo, leggerlo, correggerlo, accorciarlo, allungarlo ne’ limiti dell’onestá al modo del mio «gareggiatore di cortesia».

Giunto ch’io fui appena all’ultimo verso del mio prologhetto, fu picchiato all’uscio. Era il cerbero Gratarol cruccioso, guidato dal mansueto agnello Maffei.

È cosa certa ch’io non aveva palesato nemmeno all’aria la visita che contro al voler mio attendeva nella mia casa, e visita che il Gratarol pretendeva non so come che stesse celata. Il mio servo m’annunziò sonoramente che v’era il signor Gratarol. Buon principio alla secretezza del nuovo recondito strattagemma di quel signore!

Incontrai i miei due visitatori col cuore aperto, colla dovuta civiltá e colle poche parole del mio costume, e feci cenno al mio servo di partire.

11 Gratarol entrò nella mia cavernetta d’applicazione co’ suoi passi ondeggianti detti «all’inglese» e colla maschera sulla faccia, geloso di non essere conosciuto; il che non s’accordava coll’annunzio del mio servitore.

Chiusa ch’ebbi la porta, il mio «gareggiatore in cortesia» favorí allora di levarsi la maschera. Il fummo della sua faccia sali come una nuvoletta alle travi. Scòrsi l’effigie d’un invasato frenetico, una guardatura inquieta, incostante, dispettosa, addolorata, fremente, che mi ricordava Tizio roso il cuore dall’avoltoio.

Compiansi nel mio interno il suo stato, ma vidi ben tosto che il buon uomo Maffei era stato sedotto a condurmi una mala visita e ch’era necessaria tutta la mia flemma e la mia circospezione, massime colla presenza della guida dabbene ch’io amava.