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atto terzo 265

     Sì generoso, tanto innamorato
     Può destarvi nel seno odio, e puntiglio?
Tur. Non tormentarmi... sappi... ah mi vergogno
     A palesarlo... ei mi destò nel petto
     Commozioni a me ignote... un caldo... un gelo...
     No, non è ver. Zelima, io l’odio a morte.
     Ei della mia vergogna nel Divano
     Fu la cagion. Per tutto il Regno, e fuori
     Si saprà, ch’io fui vinta, e riderassi
     Dell’ignoranza mia. Dimmi, se ’l sai,
     Soccorrimi, Zelima. Il padre mio
     Diman vuol, che nell’alba si raduni
     L’assemblea de’ Dottori, e, s’io mal sciolgo
     L’oscurissimo enigma, ch'è proposto,
     Vuol, che seguan le nozze in quel momento.
     Di chi figlio è quel Principe, e qual nome
     Porta lo stesso Principe, ridotto
     A mendicar il pane, a portar pesi
     A prezzo vil per sostener la vita;
     Che giunto al colmo di felicitade
     È sventurato ancor più che mai fosse?

     Lo scorgo ben, che questo sconosciuto
     È ’l Principe proposto; ma chi puote,
     Del padre il nome indovinar, e ’l suo?
     S'è sconosciuto? Se l'Imperatore
     Grazia gli diè di star occulto insino
     Alla fin del cimento? Io l’accettai
     Per non ceder la destra. Ah ch'è impossibile
     Ch’io l’indovini. Dì, che far potrei?
Zel. Quivi in Pechin v'è ben, chi l’arte magica