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286 la marfisa bizzarra

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     Il Pulci in modo arcano lasciò scritto
che pel morso d’un granchio egli era morto;
ma per allegoria s’intenda il vitto
d’un casotto, e il suo fine un tristo porto.
Orlando fuor di sé, dal duol trafitto,
gridò: — Fortuna, è troppo grave il torto!
Com’hai ridotto in si misero stato
un che con le mie mani ho battezzato?
20
     Caro figlioccio mio, gigante degno,
chi ti condusse a tanta estremitade?
tu che meco domasti piú d’un regno,
spargendo il sangue per cristianitade? —
Morgante a questa voce, ad ogni segno,
conobbe Orlando suo, pien di bontade,
e si coperse con le mani il viso,
a un pianto abbandonandosi improvviso.
21
     Il conte l’abbracciò teneramente,
e in una stanza trasse il suo gigante,
dov’è un gran pagliariccio puzzolente,
su cui dormiva il povero Morgante.
Quivi cresce di lagrime il torrente:
fu per morir d’angoscia il sir d’Anglante,
e chiede al catecumeno suo monte:
— Chi t’ha uguagliato ad un rinoceronte? —
22
     Rispose quel: — Poiché mi battezzasti,
e ch’ebbi per Gesú tante ferite,
e tanti turchi col battaglio ho guasti,
vinte cittá, rotte schiere infinite;
giudicai d’aver fatto quanto basti
a meritarmi il pan per mille vite;
ma Carlo in pace, grasso e rimbambito,
ebbe nel dua chi l’aveva servito.