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148 la marfisa bizzarra

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     Finito è il gioco, i danar son perduti;
e tutto il mal del prossimo s’è detto;
gli amor ciarlieri fatti e gli amor muti
s’eran: sicch’ogni cosa era in assetto
per dar la buona notte ed i saluti,
e per farsi la croce ed irsi a letto:
donde chi allegro e chi ingrognato andava
alla sua casa ed i lenzuol trovava.
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     Gan di Maganza quella stessa sera
er’ito a Carlo Magno rimbambito,
e a prò di Filinor d’una maniera
gli avea parlato che l’avea stordito;
perocché Gano è la sua primavera,
le sette trombe ed il prato fiorito.
Se gli avesse parlato san Matteo,
in confronto di Gano era un uom reo.
61
     Pensa che il Maganzese non soggiorna:
a Namo avaro er’ito anche a parlare.
— Prometti il voto — dice, — e non ^s’aggiorna
che il tal util negozio ti fo fare. —
Picchia ad Avino, ad Avolio ritorna,
a Berlinghieri, a Otton torna a picchiare.
— O voi mi date il voto a parlamento
— diceva, — o ciaschedun farò scontento.
62
     Que’ debitacci vostri, che a’ mercanti
prometteste pagar, defunto Namo,
li saprá vostro padre tutti quanti;
vi fo diseredar per quanto io v’amo.
Datemi il voto, e giuro a tutti i santi,
putti, non ci sará verun richiamo,
•anzi a qualche bisogno in cortesia
forse farovvi alcuna piegeria. —