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UN VOTO ALLA DEA THARATA-KU-WHA.

— I miei bagagli! I miei bagagli!

Perduti! Perdute le nove casse di zinco sulle quali avevo disegnato di mia mano una fascia tricolore per distinguerle nel caos delle stazioni e dei porti, perdute le pelli di tigre, di pantera, di pitone, le spoglie di paradisee: ottocento paradisee della Nuova Guinea: un capitale! E gli astucci e i barattoli degli insetti rari, tutto il bottino di un anno di fatica e di esilio: perduto!

Ah! quella stazione di Lambahadam, sepolta sotto il verde dei cocchi, nell’estremo Industan meridionale! Credevo d’impazzire. E doversi esprimere, dover leticare e smaniare in una lingua non nostra, con un chef-station indigeno, un Cristo di bronzo in divisa gallonata, che per consolarmi mi citava il caso di altri preziosis-