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Bagni d’Abano e Argentina, la Cameriera brillante, uscita allora allora sul palcoscenico (voi. X), e Corallina, la Gastalda, (aut ’51, vol. VII). Le canzonette sul ravanello e sulla cicoria che sussurra all’orecchio del vecchio padrone, nella seconda scena, sono certo di origine popolare. Arguta la scena decima, dove si sostituisce a Eugenia, quale promessa sposa, e canta graziosamente: Compatite, signor, s’io non so ecc.; e così la scena del contratto nuziale, in fine dell’atto secondo: scena arcinota nell’antico teatro, che ricorre tante volte nel Goldoni (rammentiamo di recente i Bagni d’Abano), ma qui ringiovanita con nuovo spirito. Pure il notaio Capocchio merita un posto d’onore fra i suoi innumerevoli confratelli, anche se non parla in latino maccheronico. - Svenevoli e arcadiche le scene serie, cioè la prima con cui s’apre il Filosofo e la nona del III atto, dove Lesbina e Nardo cantano d’amore. Insulso l’inizio dell’atto terzo. L’argomento poi è dei più comuni, dopo Molière, ma dei più cari al Settecento: la solita ribellione, con l’aiuto dei servi, a un matrimonio forzato. Le sciatterie consuete del verso e del linguaggio impediscono a questo geniale componimento di teatro di vivere nella letteratura.

Del Filosofo di campagna, sia della poesia, sia della musica, il Della Corte fece qualche anno fa una minute e avveduta analisi critica. Notò che “le strofette destinate alle arie, raramente generiche,... quasi sempre fioriscono con grande spontaneità dal discorso, con una più gradita coerenza col recitativo”. Ai due personaggi seri, Eugenia e Rinaldo, il Galuppi”dette una musica di andamento serio, di tono retorico, con vocalizzi pomposi”. A Nardo "aggiunse un tono pittoresco auai prezioso, e spesso Galuppi superò Goldoni nell’efficacia della rappresentazione”. Don Tritemio ha pure "parecchie felici battute e, nella sua collera, è efficacemente comico”. Loda pure la sc. 3, fra don Tritemio e Rinaldo, "che presenta il dialogo goldoniano in una scioltezza e vivacità preziose ed inusitate nella librettistica comica del tempo”. Anche le canzonette di Lesbina nella sc. 2 "presentano molto graziosamente” la servetta "gentile e furba, e concorrono a delineare scenicacamente don Tritemio”. Nella sc. 6, in cui zio Nardo vuol dare un contadino per marito alla Lena, costei canta "una mestissima aria, con echi di patetica melodiosità pergolesiana (in qualche punto ricorda assai l’Olimpiade);... un’aria veramente bella e commossa”. Nel II. a., sc. 14, l’aria di Nardo Se non è nata nobile ecc. "è veramente riuscita; nella grazia della frase, nell’intenzione ironica, nel mutamento dell’accento secondo le tre strofe, è perfetta, ed è certo fra le più squisite pagine del settecento comico”. "Nella stessa battuta della cadenza c’è una sorpresa; mutato il tempo pari in dispari, fiorisce una frasuccia elegante, tenera, vezzosa: Servetta graziosa ecc. L’aria che si ripete da capo, con opportune variazioni dell’accompagnamento, è graziosissima; versi e musica sono squisiti”. Nel III a. "la commedia goldoniana decade in puerilità, verso lo scioglimento consuetudinariamente banale". Solo Tritemio "sopraggiunto in cerca della figliuola canta una buona aria comica". "A parte la fine, il libretto è condotto con sobrietà, con eleganza insolita. E la musica vi si è attagliata, costituendo una delle opere comiche più garbate, più tornite, se non sfavillante di spirito e di trovate, di quel periodo” (L’opera comica italiana nel ’700, Bari, 1923, vol. I, pp. 152-167).