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458 ATTO SECONDO
Nelle vaghe sue luci, e il premio aspetta

Che da lei t’è dovuto.
Abchar.   Io non son vago
Di ritrarne mercè. D’amor non ardo,
Qual tu pensi, di lei: la serbo al padre,
La serbo al grado suo; di fè non manco
All’illustre mia sposa, e se ti lagni,
Principessa, di me, ti lagni a torto.
Ottiana. Io lagnarmi di te? t’inganni. È giusto
Che un eroe, qual tu sei, salvi e protegga
L’innocenza depressa. Va, rinnova
L’onorate proteste all’infelice.
Fa che in te si assicuri, e più non pianga
L’ingiurioso destin di sue catene.
Abchar. Sia menzogna o virtù che in te favelli,
Sì, farò il mio dover. Se andar mi sproni,
Seguirò il tuo consiglio. Addio. (s' incammina verso la tenda
Ottiana.   Signore,
Dove addrizzi il tuo piè?
Abchar.   Ver l’infelice
Che impaziente m’aspetta.
Ottiana.   E dove speri
Di rinvenirla?
Abchar.   Alle mie tende.
Ottiana.   In vano
La ricerchi colà. Se andar ti cale
Il bel volto a mirar, dirotti io stessa
Dove puoi rintracciarla.
Abchar.   Oh stelle! e dove
Credi tu ch’ella sia?
Ottiana.   Va, se ti preme
Tamar veder, alle reali tende.
Abchar. Alla tenda real Tamar condotta?
Chi a me fece l’insulto?
Ottiana.   Il Re medesmo.