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ENEA NEL LAZIO 303
Selene. Io quella son che conosciuto a prova

Il tuo perfido cor...
Enea.   Vedi, Lavinia,
A chi gli arcani del tuo sen confidi.
Senti pietà per essa, io tel concedo,
Ma non fidarti di chi cova in petto
Qualche antico livor.
Lavinia.   No, non pavento
Ad un’alma regal virtù nemica.
Qual livore nutrir Selene in petto
Puote contro d’Enea? Della germana
L’ombra onorata nell’Elisia pace
L’odio detesta, e di vendetta il nome.
Fin che visse Didone, a lei Selene
Rivale ingrata immaginar non lice;
Nè tu sì rio che di due suore al foco
Arder potessi, e con le fiamme in seno
A me venissi a ragionar d’amori.
Perchè dunque sognar, che covi in petto
Di Selene il livor? Pensa piuttosto
Che amicizia la sproni a porti innanzi
Di Didone l’esempio. Ah sì! Selene,
Grata ti son; ma sarà fido Enea;
Dolente è già d’aver lasciata a forza
L’infelice perir. Vedrai che il Lazio
Tanto fido l’avrà, quanto il sofferse
L’Africa ingrato e mancator. Se m’ami,
Se ti cal di piacermi e d’esser grata,
Scordati quell’Enea che un dì vedesti
Di Cartagine ai lidi, e in lui ravvisa
Un altro Enea che di Lavinia è sposo.
Selene. Sì, Lavinia, t’intendo. Esigi il prezzo
Dell’offerta pietà. Lo merti, e ingrata
Non temer che io mi renda. Addio. Perennio,
Vecchio mio condottier, sarà impaziente