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ARTEMISIA 235

SCENA VI.

Artemisia, poi Talete.

Artemisia. (Dopo qualche tempo ch'è partito Euriso, si va movendo; poi nel rivolgersi:

L’aere di lui più risuonar non sento.
Chi sa mai se partì? Stelle! Nol veggo.
Scevra, lode agli Dei, dal mio periglio,
Non sentirò rimproverarmi il core.
Ma che sì tosto abbandonato ei m’abbia?
Noi credo ancor. Forse nel tempio entrato
E a pregare gli Dei ch’io cambi il cenno.
Olà, custodi. (chiama verso il tempio
Talete.   Al tuo voler son pronto.
Artemisia. Vedesti Euriso?
Talete.   Da che teco è uscito,
Nol vidi più.
Artemisia.   Non entrò or or nel tempio?
Talete. No, di ciò ti assicura.
Artemisia.   Ah l’infelice
Miseri giorni ad incontrar sen vola.
Talete. Dunque Euriso, o regina...
Artemisia.   Ah sì, partìo,
E il crudel cenno dal mio labbro è uscito. (piangendo
Talete. Ed un rozzo pastor ti muove al pianto?
Artemisia. Tu non conosci in quelle rozze spoglie
Qual’alma grande abbian locato i Dei,
Nè sai tu quanto a sua virtute io debba.
Ah mio sposo, ah mio re, fra quanti il duolo
(verso il Mausoleo
Sacrifici ti feo, questo è il maggiore.
Deh tu l’accetta dall’amor di sposa,
E all’innocente passion perdona. (parte