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218 ATTO TERZO
Artemisia. Tutto ciò non mi appaga. Ah dimmi, Euriso,

(Tremo nel domandarlo) hai conosciuto
La tua tenera madre? (dolente e con timore
Euriso   Ella ancor vive.
Artemisia. Vive la madre tua? (con agitazione
Euriso   Così la serbino
Lungamente gli Dei. Vive Lisaura,
Rustica sì, ma saggia madre e pia.
Artemisia. (Oh perduta mia speme! Oh folle inganno
Che sedur mi volea!)
Euriso   Di che t’affliggi?
Forse il nome di madre a te rammenta
Che ti tolsero i fati un sì bel nome?
Spera, chi sa?
Artemisia.   No, più sperar non voglio.
E tu, per quanto il mio favor t’è caro,
Non parlarmi mai più di madre o figlio.
Euriso Ti ubbidirò. Ma non negarmi almeno,
Che a tua pietade il grato cor risponda.
Lascia che al tuo periglio il braccio mio
Porga pronto riparo.
Artemisia.   Il tuo coraggio
Usa per altri, se ti punge il petto.
Voglion la mia corona? Altrui la cedo.
Vogliono il sangue mio? Mi si conceda
Spirar sull’urna del consorte estinto,
E il verserò senza schivare il colpo.
Euriso Ah no, regina, tollerar non posso
Che tu parli di morte. (con trasporto
Artemisia.   E qual t’accende
Disdegnosa pietà? Qual franco ardire,
Più di me stessa, de’ miei giorni ha cura?
Euriso Pietà m’inspira e mi fa ardito amore.
Artemisia. Amor? Tant’oltre un vil pastor si avanza?
Euriso Vile son io, se di viltade il nome