Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1926, XXIII.djvu/323


DON GIOVANNI TENORIO 319
D. Isabella. Tutti i numi del ciel.

D. Giovanni.   Gli scellerati
Orror non hanno a profanare i Dei.
D. Isabella. Scellerato tu fosti, e i Dei scherniti
Per lor, per me, vendicheran le offese.
Giustizia chiede l’amor mio tradito. (a don Alfonso
D. Alfonso. Per giustizia ottener, porger non basta
Mal fondate querele. Ove si tratta
Di giudicar, le prove si richiedono
Chiare, qual chiaro è nel meriggio il sole.
D. Giovanni. Di giustissimo cuor giusta sentenza!
D. Isabella. Ah lo veggo pur troppo! I’ son da tutti,
Misera, abbandonata. I numi stessi
Divenuti mi son nemici ancora.
Deh, signor, per pietà...
D. Alfonso.   Ma che vorreste
Ch’io facessi per voi? Fra due che al pari
Negano in faccia mia, che i testimoni
Seco non hanno, a chi1 degg’io frattanto
Prestar fede maggior? Qualunque siate,
Itene al vostro Re. Se dritto avete
Sovra il cuor dello sposo, ei lo costringa
A serbarvi la fè.
D. Isabella.   Stelle! degg’io
L’oltraggio tolerar senza vendetta?
Duca, gli uffizi vostri...
D. Ottavio.   A tal sventura
Riparar non saprei.
D. Isabella.   Se la mia vita
Altro non valmi che a serbar l’indegno2
Cagion del mio dolore, ah questa ancora
Offrasi in sacrifizio al mio tiranno.
Sì, perfido, morrò. Se non v’è in terra

  1. Nell’ed. Zatta ed in altre è stampato: e che.
  2. Così in tutte le edizioni, ma forse deve leggersi indegna.