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Conte. Sì, è vero, e sono quindici giorni che sono qui in casa vostra alloggiate. Ciò deve cagionarvi dell’incommodo e della spesa, e come voi l’avete fatto unicamente per me so il mio dovere.... e... ve ne avrò una obbligazione perpetua.

Dorimène. Niente, niente, fratello mio. La spesa non è considerabile. L’incommodo non mi dà pena veruna. Io amo questa famiglia, congiunta di sangue col fu mio marito, e m’interesso moltissimo per tutto quello che la riguarda. Eleonora è la miglior fanciulla del mondo, e sua madre è una donna rispettabile al maggior segno, buona, economa, ma... che sa unire all’economia la più esatta, la condotta la più saggia e la più regolare.

Conte. Ottimamente bene. L’educazione di sua figliuola sarà eccellente. Ma si tratta ora di dirmi...

Dorimène. Sì, fratello mio, si tratta di dirvi che, a quel ch’io credo, Eleonora non vi ama ne punto ne poco.

Conte. Ma su qual fondamento avete voi stabilito un sì bizzarro sospetto?

Dorimène. Vi dirò. Quando si parla di voi, abbassa gli occhi, e non risponde parola.

Conte. Effetto di modestia, di verecondia.

Dorimène. Quando vi sente, o vi vede venire, ella cambia di colore, e trema, e vorrebbe nasconclersi.

Conte. A quell’età!.... Io non ci vedo niente di straordinario.

Dorimène. Se le si parla di questo matrimonio, ella si mette a piangere immediatamente.

Conte. Eh, sorella, le lagrime di una fanciulla... non vi è niente di più equivoco al mondo.

Dorimène. E malgrado tutto quello che vi può essere di equivoco e di dubbioso, osereste voi di sposarla?

Conte. Sicuramente. Senza alcuna difficoltà.

Dorimène. Sembra che voi l’amiate perdutamente.

Conte. L’amo.... all’eccesso.

Dorimène. Ma... se l’avete veduta due volte appena!

Conte. Credete che ciò non basti per un cuore sensibile come il mio?