Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/88

82 ATTO TERZO

Lindoro. Ha lasciato la borsa.... (vuol prenderla, torna Fabrizio e la lascia)

Fabrizio. Questo danaro servirà a miglior uso. Voi non lo meritate, ed io ve l’offriva senza ragione. (prende la borsa, e parte)

SCENA VIII.
Zelinda e Lindoro.

Zelinda. Con quale intenzione volevate voi raccogliere quella borsa? (a Lindoro)

Lindoro. Il danno che colui ci ha recato non merita forse un qualche risarcimento? (mortificato)

Zelinda. Ah Lindoro, Lindoro, pur troppo è vero. La miseria talvolta fa commettere delle bassezze.

Lindoro. Sì, è vero; ma non è per me che io cerchi i sovvenimenti. Siete voi che mi fate pietà.

Zelinda. Oh cieli! cosa sarà di noi? Se la fortuna continua a perseguitarci, a quali pericoli andremo incentro? Credetemi, quest’esempio mi fa tremare: il bisogno ci può lusingare; e come fidarci della buona intenzione di chi benefica senza conoscerne il fondo?

Lindoro. E’ vero, Zelinda, è verissimo. Ma facciamo così. Mi viene ora un pensiere. Credo che il cielo me lo suggerisca. Andiamo a Genova, andiamo a presentarci a mio padre. Possibile ch’egli mi scacci villanamente, ch’egli non si mova a pietà?

Zelinda. Questo è un passo che si potrebbe tentare, ma come intraprendere il viaggio? Sono novanta miglia, si dee passar la Bocchetta, vi sono delle altre montagne incomode. A piedi, io non ho coraggio di farle, e per calesse ci manca il modo.

Lindoro. Poveri noi! il nostro male non ha rimedio.

Zelinda. Ve ne sarebbe uno, un solo ve ne sarebbe per noi.

Lindoro. E quale, mia cara Zelinda?

Zelinda. Eccolo qui, ascoltatemi. Non vi è altro caso, non vi è altra speranza per noi, se non che io vada a gettarmi nelle