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mia innocenza, e a lui rimetto gì’ insulti e le ingiustizie che voi mi fate.

Eleonora. Questo è il linguaggio dei colpevoli e dei temerari.

Lindoro. Non signora : questo è il linguaggio delle persone onorate. E in mezzo alle nostre miserie ci resta tanto spirito e tanto coraggio per confidare nella verità, e riderci della calunnia e dell’ impostura. (parlano)

SCENA IV.

Don Federico e donna Eleonora.

Eleonora. Sentite a quali impertinenze son io soggetta ?

Federico. Ma, cara donna Eleonora, parlano con tale franchezza che mi pare ancora impossibile.... Siete voi ben sicura che don Roberto abbia delle cattive intenzioni, e che quella giovane vi aderisca?

Eleonora. Ne son sicurissima.

Federico. Ma se ella ama il giovane che ho qui veduto, come può nutrire per il padrone....

Eleonora. Non può ella amare il giovane per inclinazione, ed il vecchio per interesse? Ma voi non siete più per me quel vero leale amico, che mi foste per lo passato.

Federico. Signora, sono sempre il medesimo, ed ho per voi la medesima stima ; ma sono un uomo d’ onore, e non ho animo per compiacervi di fomentare la disunione d’un matrimonio.

Eleonora. Oh, per questa parte ho deciso. Voglio ritornare in casa co miei parenti. Non voglio più vivere con mio manto.

Federico. Riflettete che questo è r estremo dei disordini d’ una famiglia ; che è l’ ultimo eccesso a cui possa arrivare una moglie ; che farete ridere il mondo, e che vi pentirete d’ a- verlo fatto.

Eleonora. Sono risolutissima, e vi potete risparmiare l’ inutile fatica di dissuadermi.

Federico. Ma che dice il signor don Roberto? Sa egli la vostra risoluzione ?