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Flaminio. Avete ragione. Vi domando mille perdoni. Parto pien di rossore e di confusione ; ma tu, scellerato, tu me la pagherai. (a Fabrizio, e parte)

SCENA XX.

/ suddetti, fuori di don FLAMINIO.

Fabrizio. Io faccio il mio dovere, e ne più, ne meno...

Barbara. E voi, colla vostra delicatezza... (o Zelinda)

Zelinda. Signora, vi giuro che io non ne ho colpa.

Fabrizio. Anche a voi, Zelinda, deggio dir qualche cosa da parte del padrone. Egli vi fa sapere che sarà sempre lo stesso per voi, che vi riceverà nuovamente in casa, anche a dispetto di sua consorte, ma col patto che abbandoniate Lindoro, essendo una vergogna che una giovane come voi, voglia precipitarsi per uno che se vi sposerà, non vi potrà mantenere. Ho ese- guita la mia commissione. (// due restano mortificati) Servitor umilissimo di lor signori. (parte)

Barbara. Oh cieli ! posso sentir di peggio ? Indegni ! escite su- bito di casa mia. (a Zelinda e Lindoro)

Zelinda. Signora, per carità...

Barbara. Andate, che non meritate pietà.

Lindoro. Un amore innocente...

Barbara. Che amore innocente ? chiamate voi innocenza l’ impo- sture, la menzogna, la falsità ?

Zelinda. Ah, se sapeste le circostanze delle nostre disavven- ture...

Barbara. Mi maraviglio di voi : con chi credevate di aver che fare ? L’ esser io d’una professione ch’ esercito per mia di- sgrazia, vi faceva forse sperare di trovarmi indulgente alla vostra passione ? No, il teatro non guasta il cuore a chi lo ha fortificato dalla prudenza e dall’ onestà. Pensaste male, vi regolaste assai peggio. Partite subito che non voglio più tollerarvi.